Capitolo 1

Nubifragio

Per ogni sfigato che si rispetti qualunque contingenza, contesto, circostanza, non è che lo scenario di un film epico in cui il protagonista, l’eroe della storia, il paladino della giustizia, il punto di riferimento dell’intera umanità, sta per interpretare una scena madre.

Metteteci anche che Roma di notte fa sempre la sua porca figura, che il centro storico è suggestivo di per sé, che indosso la mia camicia bianca a fiorellini rossi e blu e il gioco è fatto.

Ho raggiunto l’ingresso del locale che erano le venti e trenta, ho guardato l’ora sul telefonino e sono entrato come un attore di teatro che si caca sotto ma tiene duro e sale sul palco lo stesso. Ho starnutito perché sono allergico ad un numero pazzesco di cose, e mi sono appropriato di un tavolo vuoto nel caso gli amici a cui avevo detto della presentazione si fossero presentati.

Sono andato in quel locale per leggere un mio racconto, di fresco pubblicato su un’antologia con altri giovani in cerca di gloria, fama o (i più ritardatari) di sé.

Mi ero appena trasferito in città, mi preparavo a cambiare tutto, riparare le falle, sostituire i pezzi guasti.

Quando è così sono tutto dentro me stesso e l’esterno mi tocca in maniera sotterranea. Le situazioni, le voci, le persone lasciano nella mia memoria tracce lievi. A meno di un cataclisma, un nubifragio, qualcosa che allerti i sentimenti ancestrali e attivi lo spirito di sopravvivenza, in quei momenti non mi smuove nulla.

Avevo chiuso una storia di recente e se ci avessi pensato su un attimo ci avrei messo niente a prevedere la composizione del mio tavolo. Quando hai concluso una storia, ti ritrovi a un certo punto con un numero imbarazzante di amiche. La tua ex che vuole che non vi perdiate di vista, le tue ex-ex-ex che cercano uno spiraglio che consenta loro di sedurti-e-lasciarti per soddisfare la loro naturale sete di vendetta, alcune new entry con cui condividi poco ma tieni lì sperando che sappiano consolarti nei momenti di solitudine e le finte altruiste che dicono di volerti vedere accasato ma tramano nell’ombra l’assalto alla torre. Queste si riconoscono facilmente perché nonostante l’apparente bontà delle intenzioni stanno sul cazzo a tutte.

Tre ore dopo al mio tavolo eravamo una decina: io e le “mie” donne, come dicevano gli amici; ma nessuna di loro era veramente mia.

Ecco come funzionava la cosa:

L’antologia era composta di una decina di racconti.

Il numero dei racconti corrispondeva al numero degli scrittori.

Ogni scrittore avrebbe letto il proprio racconto.

Lunghezza media di ogni racconto: diciotto pagine. Per un tempo di lettura medio inaccollabile, e un tempo di lettura totale capace di reindirizzare l’attenzione della platea sulla birra. Con magmo gaudio del proprietario del locale.

Insomma ero là, in una batteria di dieci scrittorucoli, ognuno col suo raccontino da nulla da somministrare senza convinzione a un certo numero di indistinti beoni più qualche conoscente.

Il nostro salva-faccia era un pianista frustrato, contento di poter fare con noi “ragazzini” l’artista sregolato. Le sue frasi preferite erano:

Non preoccupatevi…” e “ci penso io!”

Era un qualunque giorno d’inverno nei paraggi del carnevale. Molto appropriato!

Un ragazzo presentava la serata sul nostro palchetto, davanti ad una platea nutrita al di là di ogni aspettativa. Locale strapieno.

Offerta una performance niente più che decente e strappati un po’ di applausi automatici mi sono seduto al tavolo intento a concentrarmi sulle mie ospiti.

Invece dopo di me si alza a leggere lei, ed è il nubifragio. È alta ed evidentemente brilla. Nel tentativo di raggiungere il palco barcolla, fa l’equilibrista su due spericolatissimi tacchi a spillo. Subito un tizio grassoccio con gli occhietti porcini si alza a offrire le sue mani gelatinose come approdo sicuro, e lei che ride per i fatti suoi, ma si vede che lo scruta coi suoi occhi grandi e dorati, gli rifila uno spintone che in una volta la rimette in equilibrio e costringe il porco a un ruzzolone da circo.

È un’ovazione. L’unica che non ride è una zingarella che chiede l’elemosina tra i tavoli e guarda me, ma non è che ci giurerei. Troppe risate, troppi applausi. È il suono della catarsi per il lieto fine offertoci. Una rarità nel genere “Uomo grasso e viscido ci prova con la pupa indifesa”.

Ad ogni modo si leva le scarpe, sale sul palco e si avvicina al microfono comunicandoci con una punta di divertimento nella voce, il suo disappunto per l’insensibilità dimostrata dai creatori di tacchi sopra i dieci centimetri, rispetto al diffuso problema delle vertigini. Per non parlare delle stupide convenzioni secondo cui, per leggere un raccontino senza importanza, bisogna per forza arrampicarsi in cima a un palco.

La gente ride e mi giro a guardarli tutti come se c’entrassi qualcosa. Li guardo con orgoglio, neanche lei fosse mia. Poi comincia a leggere stabilendo, da sola, in quell’unico istante, il vero significato della parola “meraviglia”. Un viso d’angelo montato su due metri di gamba a fasce colorate, due labbra perfettamente rosse e sagomate che modulano una voce cristallina, fanno di quel racconto (di cui non ricordo nulla) il miglior racconto possibile. Mentre la guardo e l’ascolto mi assicuro con la coda dell’occhio che la mia ex non mi veda. Mi rimprovero di essere stato così stupido da temere di essere osservato, improvvisamente consapevole del fatto che tutti la stiamo guardando, che quindi il mio alibi è di ferro. Mi rimprovero ancora di aver creduto seppure per un istante che il mio sguardo fosse più rapito degli altri che pure sgranano i bulbi come bambini, e di non resistere alla tentazione di guardare ancora la mia ex per capire se ha capito. E se mi sta guardando ha capito.

Lo so che se lei mi sta guardando e i nostri sguardi si incontrano è una confessione in piena regola ma non resisto.

Mi sta guardando, lo sapevo.

D’accordo, racconterò tutto al mio dottore e sarà un tripudio di sensi di colpa e cali di autostima ma adesso non mi frega un granché a dirla tutta. Distolgo il mio sguardo in bilico sulla mia ex e lo ripongo al sicuro sulla meraviglia con una disinvoltura che per un attimo penso di non avere più bisogno di nessuno, che il mio dottore non è che un costoso orpello, che stare lì a guardarla, lei che non so neppure come si chiama, è la mia nuova terapia.

 

medusa1

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