Nubifragio (seconda parte)

Sono pervaso da qualcosa di piacevole. È diverso dalle altre volte perché di solito questi amori non durano più di qualche secondo, mi capitano in continuazione, per strada, sugli autobus…

In primavera Roma è generosissima di amorucci usa-e-getta, ma questo dura già da qualche minuto, ancora non ci siamo lasciati e non è neanche primavera. Tutte cose non trascurabili, dico.

Ma stavolta le trascuro perché sennò me la perdo e siccome in fondo so che non ho nulla a che vedere con lei, che finita questa serata non la vedrò mai più, che qualunque mia possibilità di avvicinarla è annientata dalla presenza della mia ex che ha capito tutto e non vede l’ora di sbranarmi, decido che almeno la guarderò fino alla fine e poi me ne andrò. Meglio a casa, penso, piuttosto che colto in flagranza di reato mentre sbavo come un molosso nel boccale di birra chiara, lì a spergiurare che è la sua schiuma naturale, che quel tipo di birra fa così, che è risaputo.

Quando torna al suo posto, come uno che ha visto troppo, che è rimasto offeso dalla volgarità dello spettacolo, mi alzo e me ne vado; voglio evitare di essere intrappolato nel solito sacco della ex. Roba che le mie amiche se ne vanno e la mia ex resta fino alla fine chiedendomi di accompagnarla a casa e rovinandomi definitivamente la piazza. Non esiste, sono single ed è giusto che si sappia, è una questione di principio!

Ma i miei piani vanno in frantumi. Lei, il miracolo, mi sta guardando e le “mie amiche” mi stanno guardando ma contano poco, perché adesso abbiamo stabilito un contatto, io e la meraviglia, e io sto lì in piedi con il giaccone a fare la figura del coglione. E che la rima enfatizzi il concetto!

Devo comunque improvvisare, rendere credibile l’uso del giaccone anche se poi non me ne vado. Afferro un pacchetto di sigarette sul tavolo, non so neppure a chi appartenga, e lancio un generico “esco a fumare …” sperando che a nessuna salti in mente di dire “ma tu non fumi!”

Nessuno dice nulla e lei distoglie lo sguardo, mi pare.

Mentre attraverso il pub fino all’uscita mi accorgo che fumano tutti, intendo dentro il pub, che siamo in una di quelle rarissime terre franche in cui regna una rassicurante leggiadra autarchia. Penso che in fondo fumare fuori non può che farmi apparire particolarmente educato o rispettoso, o solitario e romantico. Non certo un cretino che non approfitta di una opportunità quando ce l’ha. E poi mi fa bene prendere un po’ d’aria, mi schiarisco le idee, mi disintossico un po’ dal pensiero di lei, lascio che i muscoli del mio viso disimparino la smorfia da ebete che certamente facevo guardandola.

Quando rientro lei è ancora là. Io mi siedo con le mie donne e me la scordo. La sento ridere con un altro. È quel cretino che ha organizzato l’incontro, un ragazzetto spigliato di quelli che dopo la simpatia sfoderano quella sicurezza che fa tanto uomo a cui non resiste nessuna. Dalla mia posizione è troppo difficile mettere a segno un punto, sono totalmente fuori dai giochi, mi sento come al loro matrimonio seduto in terza fila a fare training autogeno per trovare il coraggio di dire “IO” quando il prete ha appena detto “…o taccia per sempre!”. Mi guardo intorno. Niente preti.

So come finirà, ho un’esperienza strabiliante, al riguardo: adotterò il piano B e il piano B non funzionerà. E siccome ho un debole per il meccanismo della profezia che si auto-avvera, passo al piano B.

Il piano B consiste nello stare lì immobili tenendo una postura e una espressione il più virili possibile in attesa che, sempre che lui non la baci prima, lei, che in fondo già ti ama, ti butti un’esca. È chiaro che se lei in fondo non ti ama il piano B fallirà miseramente. Per la cronaca il piano B con me non ha mai funzionato, ma forse mi ha temprato. Davvero… se non fosse per tutti quei piani B andati male, oggi non sarei neppure in grado di invitare una donna a ballare. Giuro!

Mentre penso a tutto questo alcune delle mie donne parlano con me di cose noiose che non mi riguardano neppure da lontano, io faccio di sì con la testa e quando il mio “sì” non si sposa con le loro domande o battute e mi sento dire “ma non mi ascolti…!” sorrido. Ho un bel sorriso, dicono, e allora ne faccio uso. Non sorrido a lei perché con lei mi uscirebbe una variante della smorfia ebete, è ovvio. E comunque, incredibile, il piano B funziona!

A un certo punto lei pronuncia il mio nome, io mi giro interrogativo a guardarla e il tizio che ha capito tutto mi spiega che non parlavano di me ma di un altro, d’altra parte non è che sono l’unico al mondo a chiamarsi Luca. Però con la scusa ho l’occasione di guardarla negli occhi, sorridere (col sorriso buono) della coincidenza e augurare loro buon proseguimento perché stavolta, davvero, si va via. Cos’altro avrei potuto fare dopo aver parlato con la donna, la prima donna, quella che si prende a modello quando si deve spiegare a un extraterrestre cosa significa “donna”? Tornare a parlare con le amiche? Troppo rischioso. Nello stato in cui mi trovavo avrei potuto rovesciarmi la birra addosso o cadere dalla sedia o dare un colpo di ginocchia sotto il tavolo, di quelli che finisce tutto per terra e in un attimo sei lo scemo del villaggio. Popolarissimo, però.

No, mi sono alzato lentamente e me ne sono andato.

Sì, lo so che questo non può essere considerato un piano B ben riuscito e anch’io l’ho pensato per alcuni giorni. Invece lo era.

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Capitolo 1

Nubifragio

Per ogni sfigato che si rispetti qualunque contingenza, contesto, circostanza, non è che lo scenario di un film epico in cui il protagonista, l’eroe della storia, il paladino della giustizia, il punto di riferimento dell’intera umanità, sta per interpretare una scena madre.

Metteteci anche che Roma di notte fa sempre la sua porca figura, che il centro storico è suggestivo di per sé, che indosso la mia camicia bianca a fiorellini rossi e blu e il gioco è fatto.

Ho raggiunto l’ingresso del locale che erano le venti e trenta, ho guardato l’ora sul telefonino e sono entrato come un attore di teatro che si caca sotto ma tiene duro e sale sul palco lo stesso. Ho starnutito perché sono allergico ad un numero pazzesco di cose, e mi sono appropriato di un tavolo vuoto nel caso gli amici a cui avevo detto della presentazione si fossero presentati.

Sono andato in quel locale per leggere un mio racconto, di fresco pubblicato su un’antologia con altri giovani in cerca di gloria, fama o (i più ritardatari) di sé.

Mi ero appena trasferito in città, mi preparavo a cambiare tutto, riparare le falle, sostituire i pezzi guasti.

Quando è così sono tutto dentro me stesso e l’esterno mi tocca in maniera sotterranea. Le situazioni, le voci, le persone lasciano nella mia memoria tracce lievi. A meno di un cataclisma, un nubifragio, qualcosa che allerti i sentimenti ancestrali e attivi lo spirito di sopravvivenza, in quei momenti non mi smuove nulla.

Avevo chiuso una storia di recente e se ci avessi pensato su un attimo ci avrei messo niente a prevedere la composizione del mio tavolo. Quando hai concluso una storia, ti ritrovi a un certo punto con un numero imbarazzante di amiche. La tua ex che vuole che non vi perdiate di vista, le tue ex-ex-ex che cercano uno spiraglio che consenta loro di sedurti-e-lasciarti per soddisfare la loro naturale sete di vendetta, alcune new entry con cui condividi poco ma tieni lì sperando che sappiano consolarti nei momenti di solitudine e le finte altruiste che dicono di volerti vedere accasato ma tramano nell’ombra l’assalto alla torre. Queste si riconoscono facilmente perché nonostante l’apparente bontà delle intenzioni stanno sul cazzo a tutte.

Tre ore dopo al mio tavolo eravamo una decina: io e le “mie” donne, come dicevano gli amici; ma nessuna di loro era veramente mia.

Ecco come funzionava la cosa:

L’antologia era composta di una decina di racconti.

Il numero dei racconti corrispondeva al numero degli scrittori.

Ogni scrittore avrebbe letto il proprio racconto.

Lunghezza media di ogni racconto: diciotto pagine. Per un tempo di lettura medio inaccollabile, e un tempo di lettura totale capace di reindirizzare l’attenzione della platea sulla birra. Con magmo gaudio del proprietario del locale.

Insomma ero là, in una batteria di dieci scrittorucoli, ognuno col suo raccontino da nulla da somministrare senza convinzione a un certo numero di indistinti beoni più qualche conoscente.

Il nostro salva-faccia era un pianista frustrato, contento di poter fare con noi “ragazzini” l’artista sregolato. Le sue frasi preferite erano:

Non preoccupatevi…” e “ci penso io!”

Era un qualunque giorno d’inverno nei paraggi del carnevale. Molto appropriato!

Un ragazzo presentava la serata sul nostro palchetto, davanti ad una platea nutrita al di là di ogni aspettativa. Locale strapieno.

Offerta una performance niente più che decente e strappati un po’ di applausi automatici mi sono seduto al tavolo intento a concentrarmi sulle mie ospiti.

Invece dopo di me si alza a leggere lei, ed è il nubifragio. È alta ed evidentemente brilla. Nel tentativo di raggiungere il palco barcolla, fa l’equilibrista su due spericolatissimi tacchi a spillo. Subito un tizio grassoccio con gli occhietti porcini si alza a offrire le sue mani gelatinose come approdo sicuro, e lei che ride per i fatti suoi, ma si vede che lo scruta coi suoi occhi grandi e dorati, gli rifila uno spintone che in una volta la rimette in equilibrio e costringe il porco a un ruzzolone da circo.

È un’ovazione. L’unica che non ride è una zingarella che chiede l’elemosina tra i tavoli e guarda me, ma non è che ci giurerei. Troppe risate, troppi applausi. È il suono della catarsi per il lieto fine offertoci. Una rarità nel genere “Uomo grasso e viscido ci prova con la pupa indifesa”.

Ad ogni modo si leva le scarpe, sale sul palco e si avvicina al microfono comunicandoci con una punta di divertimento nella voce, il suo disappunto per l’insensibilità dimostrata dai creatori di tacchi sopra i dieci centimetri, rispetto al diffuso problema delle vertigini. Per non parlare delle stupide convenzioni secondo cui, per leggere un raccontino senza importanza, bisogna per forza arrampicarsi in cima a un palco.

La gente ride e mi giro a guardarli tutti come se c’entrassi qualcosa. Li guardo con orgoglio, neanche lei fosse mia. Poi comincia a leggere stabilendo, da sola, in quell’unico istante, il vero significato della parola “meraviglia”. Un viso d’angelo montato su due metri di gamba a fasce colorate, due labbra perfettamente rosse e sagomate che modulano una voce cristallina, fanno di quel racconto (di cui non ricordo nulla) il miglior racconto possibile. Mentre la guardo e l’ascolto mi assicuro con la coda dell’occhio che la mia ex non mi veda. Mi rimprovero di essere stato così stupido da temere di essere osservato, improvvisamente consapevole del fatto che tutti la stiamo guardando, che quindi il mio alibi è di ferro. Mi rimprovero ancora di aver creduto seppure per un istante che il mio sguardo fosse più rapito degli altri che pure sgranano i bulbi come bambini, e di non resistere alla tentazione di guardare ancora la mia ex per capire se ha capito. E se mi sta guardando ha capito.

Lo so che se lei mi sta guardando e i nostri sguardi si incontrano è una confessione in piena regola ma non resisto.

Mi sta guardando, lo sapevo.

D’accordo, racconterò tutto al mio dottore e sarà un tripudio di sensi di colpa e cali di autostima ma adesso non mi frega un granché a dirla tutta. Distolgo il mio sguardo in bilico sulla mia ex e lo ripongo al sicuro sulla meraviglia con una disinvoltura che per un attimo penso di non avere più bisogno di nessuno, che il mio dottore non è che un costoso orpello, che stare lì a guardarla, lei che non so neppure come si chiama, è la mia nuova terapia.

 

medusa1

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Capitolo 0

Due o tre cose che dovete sapere prima di farvi i cazzacci miei.

E insomma siamo in questa fraschetta ai castelli con le mani sporche di formaggio e affettati… e Giuliana racconta della Spagna. Dice che non vede l’ora di tornarci, che là la gente è ok, che s’è divertita un botto, che gli spagnoli sono un po’ come gli italiani e un po’ no. E che quando nel piatto rimane una cosa sola, che nessuno la prende per non fare la parte dell’ingordo, in Spagna si dice “el plato de la verguenza”.

Cioè Il boccone della vergogna…”, fa Massi.

Gabri al solito lo guarda storto.

Ciccio dice subito che questa cosa la sapeva già, e Giannina lo ridimensiona ricordando agli altri che quella storia Giuli la caccia fuori un mese sì e l’altro pure.

E tu?”, mi fa Giuliana. Che non parlo perché ho la bocca piena.

Che scemata”, dico io, mentre mando giù il boccone, “la fame è fame, altro che…”

Qualche mese dopo io Massi e Gabri abbiamo trovato casa a Roma e cominciato a farci su qualche lavoretto tipo pulizia estrema, rasatura, imbiancatura, scelta dei colori e ri-pittura. Ora la casa è uno sballo e la mia stanza è arancione.

Stiamo dalle parti di piazzale Ostiense, in un punto strategico tra San Saba e la Marco Polo. Mi ricordo quando abbiamo visto la piramide per la prima volta; attraversavamo il piazzale in macchina: “che cazzo ci fa una piramide al centro di Roma?”, dico. Credete che qualcuno abbia saputo rispondermi?

farefuorilamedusa0

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